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acne di zanzara



io sono pronto a morire. ma non di noia.


Last Build Date: Fri, 03 Oct 2008 04:28:23 +0000

Controcorrente

Tue, 01 Apr 2008 10:17:00 +0000


Gli A Hawk and a Hacksaw hanno suonato come band di supporto dei Portishead, ieri l'altro. Qui trovate una serie di insulti (che non condivido: quel blog rappresenta alla perfezione il mio pensiero, basta ribaltare tutte le affermazioni ivi contenute, è davvero l'anti-acne) per una band che si è trovata stritolata in un gioco troppo grande, su un palco troppo grande, per un pubblico che non era lì per loro ma per il trip hop. A dir la verità, dai video che si trovano in giro gran parte del pubblico credo fosse lì nemmeno per il trip hop, ma per chiacchierare dei cazzacci propri. Devo scoprire dove cresce l'albero dei soldi, così posso anch'io dare appuntamento agli amici per una birra in un posto dove entrare costa 30 e passa euro.

La verità è ovviamente un'altra: A Hawk and a Hacksaw nel loro campo possono rompere il culo a chiunque, può non interessare il genere, e mi chiedo chi sia il genio che li ha piazzati a suonare prima dei Portishead, ma nel folk acustico/balcanico non conosco degni rivali. Spero che i due di Albuquerque siano stati profumatamente pagati. Per fortuna, dopo aver trascorso uno scoppiettante lunedì libero a Milano (col cazzo: ieri suonavano a Firenze, figurati se si fermano nella Capitale Morale - a fà cusè? shopping?), stasera si esibiscono in un ambiente più congeniale. Piccolo. Adatto a un duo con violino, fisarmonica e qualche percussione. La prima volta che li ho visti suonavano in un prato accanto a una griglia ricolma di salamelle: quella è la loro dimensione ideale, ma anche il piccolo club dovrebbe rendere come si deve. Non può succedere come l'altra volta, questo posto so bene dov'è (e l'introvabile Garage è stato beccato sprovvisto di permessi per la musica dal vivo, stanno spostando tutti i prossimi concerti).

A HAWK AND A HACKSAW
ARCI BIKO (Mi)
1 aprile 2008
h. 22:00
ing. 6 € con tessera ARCI

I concerti del weekend

Mon, 31 Mar 2008 10:07:00 +0000


Venerdì sera Rhys Chatham: accompagnato dalla crema della sperimentazione milanese, il newyorkese presenta un concerto che sembra il perfetto anello di congiunzione fra i Velvet Underground strumentali e i Sonic Youth. Approccio rock quindi, molto diverso e molto più casinista di quanto proposto normalmente da O' Artoteca. Ho sbagliato nel post precedente a liquidare Chatham come "epigono dei Sonic Youth" - non si può sapere tutto - se quel che ha suonato corrisponde a quel che ha detto («eseguiremo "Guitar Trio" nel modo più fedele possibile all'originale degli anni Settanta»), non è epigono, ma ispiratore. Il caro Jason chiede «come mai questo riesce a tirare un accordo per mezz'ora e risulta piacevole, mentre se lo facciamo noi fa schifo?». Perchè è di New York e non di S.Stefano Ticino o di Rovato o di Forlimpopoli, è questione di genetica. Dopo un'ora di concerto Chatham ha ancora voglia di suonare e, nonostante le rimostranze dei gestori che temono le rappresaglie del vicinato, esegue coi suoi un bis di cinque minuti, atonale e assolutamente irritante per la vecchia del piano di sopra. Interessante il video di immagini a lentissima dissolvenza (di Robert Longo), peccato siano riusciti a far funzionare il lettore dvd solo dopo tre quarti d'ora di tentativi. Risultato: gran parte del concerto in bicromia blu e nera, due colori che sono geneticamente non miei.

Domenica pomeriggio invece il Fuco si è recato al teatro dell'Opera. Non vado mai a vedere la musica classica, ma stavolta si è verificato un evento straordinario nel suo campo, ovvero il compositore che dirige la propria musica. E non un compositore qualunque, ma uno dei maggiori del Novecento, celebre ai più per aver prestato le proprie musiche a Shining di Kubrick. Sembrava di stare al gerontocomio, però il profumo (un melange fra segheria e magazzino dell'Ikea, la sala è tutta foderata in legno) sprigionato dall'Auditorium di Milano è assai gradito alle nari. Di musica classica capisco meno che di jazz, quindi non posso dire altro che "bravi" all'orchestra e al direttore. Krzysztof Penderecki dirige prima un brano proprio (del 2001), ricco di percussioni e suggestioni cinematografiche tese e oscure, con un trio di violoncelli in primo piano, e poi la Quarta di Beethoven, una delle sinfonie meno conosciute che, in effetti, non ha temi portanti memorabili. Mi devo fidare del pubblico di grandi invalidi che si è spellato le mani richiamando i protagonisti sul palco quattro o cinque volte. Certo che gli organizzatori sembrano voler allontanare intenzionalmente il pubblico da appuntamenti come questo. Sul programma ufficiale (che contiene anche una selezione di ricette polacche in omaggio al direttore, pancione di caratura internazionale - viva la minestra di maiale e fagioli!) c'è una lettura critica dell'opera di Penderecki che solo altri direttori d'orchestra credo siano in grado di comprendere.

Cito la boiata pazzesca: «il Tranquillo spegne l'intreccio "passionato" (come prescritto agli interventi dei solisti) nella pace di una quinta vuota Do-Sol, la cui indeterminatezza era presagita dal repentino passaggio da maggiore a minore delle triadi che caratterizzavano il ritornello basato sull'<[...]

Quattrocento chitarre

Fri, 28 Mar 2008 09:32:00 +0000


Rhys Chatham ha fatto un concerto per quattrocento chitarre alla Notte Bianca di Parigi: pregasi confrontare con la Notte Bianca di Milano - all'ultima edizione c'erano il sosia di Tony Manero e una mostra fotografica sulla storia della nettezza urbana. Mancava soltanto il seminario sul taglio delle vene con distribuzione gratuita di lamette gentilmente fornite dal nostro sponsor tecnico (qui vi spiegano come spaventare i vostri amici con lo scherzo del finto suicidio). Rhys Chatham ha fatto anche dei più "comodi" concerti per cento chitarre (quattro video per testimoniarne uno: uno, due, tre e quattro). Naturalmente a Milano si presenta con la formazione "da camera" che si chiama "Guitar Trio" ma è fortunatamente un po' più numerosa. Comunque siamo di fronte a uno degli originali animatori della no wave newyorkese (per una biografia completa rivolgersi qui). Musica che assomiglia tantissimo a certi strumentali dei Sonic Youth, il che mi fa riflettere sulla presunta valenza "sperimentale" di questa roba. La vecchia gloria dell'avanguardia che non ha più molto di nuovo da dire e a casa sua viene ormai considerato superato - ma ehi, c'è tutto un mondo là fuori dove credono che la mia arte sia ancora l'ultimo grido. Tipo Milano. Io vado consapevole del fatto che O' Artoteca sembra specializzata nel ripescare le avanguardie newyorkesi di trent'anni fa - d'altronde anche in India fanno ancora la Vespa come quella di trent'anni fa, bisogna rassegnarsi. Per fortuna suona con dei musicisti un pochino più giovani di lui.

RHYS CHATHAM GUITAR TRIO

O' ARTOTECA (Mi)
28 marzo 2008
h. 21:00
ing. 10 €

Alms

Thu, 27 Mar 2008 11:19:00 +0000

Rieccomi a voi dopo i festeggiamenti per l'inchiodato alla croce. Come al solito è risorto, così l'anno prossimo lo si potrà inchiodare di nuovo (incipit da inquadrare nell'ottica di una campagna di spudorate leccate di culo a quelli di SoloMacello, che proseguirà per qualche mese - a me di religioni o controreligioni non frega un cazzo, a loro sì). La copertina marrone che vedete alla vostra sinistra (con riquadro centrale stampato su carta igienica - per davvero) è quella di una compilation uscita qualche anno fa per rimpinguare le asciutte casse di una gloriosa fanzine psichedelica, Ptolemaic Terrascope. La compilation ha evidentemente ottenuto i risultati sperati, in quanto la fanza esiste ancora (seppur a cadenza molto occasionale) e ogni giugno organizza un festival da leccarsi le orecchie (nel caso vi trovaste a passare nelle vicinanze di Louisville, Kentucky). Non è tutto straordinario, ma il disco è raro e chi si diletta di psichedelia rumorosa non può fare a meno di gruppi quali Jessamine, Ash Castles on the Ghost Coast e Dry Nod.

ALMS: A BENEFIT FOR PTOLEMAIC TERRASCOPE
FLEECE/WORSHIP GUITARS FL#6 (1997)
320 kbps

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Arriva la madama

Tue, 18 Mar 2008 10:39:00 +0000


Stasera curioso evento in un posto a me ignoto, il Circolo Culturale La Scheggia. Madame P (video) costruisce loop elettronici di voci e sonorizza un film muto del 1919. La Madama oltre a essere molto brava e a poter vantare numerosi tour americani ed europei, è anche amica mia quindi la garanzia di qualità è assicurata.

MADAME P sonorizza MADAME DUBARRY di ERNST LUBITSCH (1919)
CIRCOLO CULTURALE LA SCHEGGIA (Mi)
18 marzo 2008
h. 21:00
Dovrebbe essere gratis con tessera (e un'altra inutile tessera andrà a gonfiare ulteriormente un portafoglio pieno di tessere e biglietti da visita - soldi pochissimi, e quasi tutti di metallo, pesanti e che non valgono un cazzo)

Due parole su ieri sera: al Blue Note trattamento principesco, accredito e tavolo riservato, peccato non permettano di filmare. Di fotografare sì, di filmare no. Comunque ottima prova dei due mostri sacri più un "giovane". Siamo ai confini del jazz. Quello che hanno suonato viene considerato jazz per convenienza e curriculum dei musicisti, perchè hanno il sax e la tromba. Ma io lo definirei piuttosto "noise acustico", o "musica contemporanea", qualcun altro potrebbe anche dire "roba pallosa e seriosa da intellettuali borghesi di sinistra". Solo Wadada Leo Smith (alla tromba) in qualche passaggio mi ha ricordato che questa dovrebbe essere la musica dei negri. Mitchell si è esibito in un paio di sfuriate al sax in respirazione circolare (come si faccia non lo capirò mai) e Harrison Bankhead, il "giovane" (cinquant'anni, centoottanta chili, vestito con una specie di tendaggio cinese coi draghi ricamati) al contrabbasso e violoncello, è un mostro. Sa tirar fuori dai suoi strumenti una varietà di suoni che non credevo possibili. Sono tre solisti fenomenali, che mi hanno infatti convinto pienamente quando hanno suonato da soli, un po' meno in ensemble. L'impressione è che la formazione in trio appiattisca le genialità e le asperità di ognuno. Opinione personalissima e discutibilissima, io di jazz non so un cazzo, non capisco un cazzo e non voglio nemmeno capire. Mi piace e basta.

Negro profeta in patria

Mon, 17 Mar 2008 09:28:00 +0000


Prendetevi dieci minuti di tempo e guardate questo breve documentario, nessuna tv lo passerà mai. In realtà non è breve ma chi lo ha caricato vuole venderlo, è solo la prima parte ma basta a far venire l'acquolina per il concerto di stasera. Sgombro il campo da eventuali dubbi: non suona l'Art Ensemble of Chicago (magari - anche se due dei membri originali sono salme) ma comunque avremo Roscoe Mitchell sul palco del solito localaccio dove gli avvocati cinquantenni mangiano durante i concerti e palpano le cosce delle loro stagiste mentre le mogli, ignare, sono a casa davanti al Grande Fratello - o forse a letto col Grande Fratello Negro. Non mi metto a raccontare di Roscoe Mitchell, non lo so fare e non me ne vergogno, leggete qui e saprete tutto, nell'intervista (del 1999) il nostro stupisce con affermazioni che anticipano con esattezza quello che sta succedendo oggi nel mondo musicale, riuscendo pure a prendersi gioco di un giornalista borioso e di Blow Up. Riporto il passaggio dell'intervista perchè fa troppo ridere.

Dato che hai nominato Den Haag, conosci un musicista che vive lì, Luc Houtkamp? Suona il sassofono, compone e sperimenta con l'elettronica.


No.

Tra i musicisti più giovani che lavorano a Chicago che opinione hai, ad esempio, di Ken Vandermark?


Non so nemmeno se lo conosco...

Tra gli altri ha suonato anche con John McPhee...


Non lo conosco tanto bene.

E Rob Mazurek? Suona la cornetta...

Non conosco la loro musica.

Fine del siparietto comico. Ovviamente Roscoe (sax) non va in tour con dei pirla, ma si porta Wadada Leo Smith (tromba), stesso giro di Chicago e stessa adorazione per Braxton e il "giovane" Harrison Bankhead (contrabbasso) che non ho mai ascoltato ma dopo stasera potrò abbaiare di conoscerlo da anni. Si vede che di jazz non so niente eh? Viste le figure in cui incappano gli "esperti" quando si bullano al cospetto dei mostri sacri, meglio l'ignoranza.

ROSCOE MITCHELL / WADADA LEO SMITH / HARRISON BANKHEAD
BLUE NOTE (MI)
17 marzo 2008
h. 21:00
ing. € 20 - ridotto € 16 (non so da cosa dipenda la riduzione, nel caso fingete invalidità)

Heron King Blues

Fri, 14 Mar 2008 11:40:00 +0000

Disco marrone. Destino comune a quasi tutti i dischi di questo colore, non ha ricevuto le attenzioni che merita. Califone: non è il motorino degli zarri degli anni Settanta, ma un giradischi particolarmente robusto in dotazione alle scuole elementari americane del passato - la casa produttrice si è adeguata alla tecnologia che avanza - fabbrica anche queste clamorose cuffie a forma di animale. I Califone, dicevo, normalmente fanno un misto di country, folk e psichedelia, ma questo disco è profondamente diverso. Invece di ispirarsi alla solita polverosa tradizione, Heron King Blues prende come punto di partenza Captain Beefheart. Tutti voi cuori di bue sbaverete per la title track, e non solo.

CALIFONE
HERON KING BLUES
THRILL JOCKEY 135 (2004)
320 kbps

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Attributi

Thu, 13 Mar 2008 10:10:00 +0000





In viale Enrico Fermi ci sono la camera mortuaria dell'ospedale, un nutrito parterre di puttane, un gigantesco dinosauro di gomma appeso a un traliccio e il Legend 54. Al Legend 54 hanno suonato i Chesterfield Kings. I Chesterfield Kings hanno un cantante decisamente ambiguo e un roadie con maschera da lottatore messicano che lancia grossi palloni gonfiati in mezzo al pubblico. Miscela instabile di Rolling Stones, Stooges, New York Dolls, Dead Boys, esplosivi. Per la perfezione mancava solo la rete da pollaio a cintare il palco. Buoni anche i Cavemen in apertura, bitt italiano dalla terra del lissio. Oggi sono telegrafico, lunghezza del post inversamente proporzionale alla statura dei Chesterfield dal vivo.

Vieni anche tu nel nostro mondo di caramelle colorate

Wed, 12 Mar 2008 09:43:00 +0000


Eccone altri, di falliti professionali. Gente che ha cominciato nel 1979, in piena ansia punk, facendo musica che nessuno cagava più da almeno dieci anni. Il garage stile "Back from the grave". Acidi, palloncini colorati e capelli lunghi in un'epoca di anfetamine e rasature perfette. Fatto sta che il "garage rock revival" diventa addirittura un genere, i Chesterfield Kings ne sono pionieri. Immaginate se un gruppo che si forma adesso si mettesse a fare musica che era in voga nel 1994 (lo scarto temporale è lo stesso): nessuno se ne accorgerebbe, di questo scarto. I tempi sono diversi, vale tutto, nel rock i generi convivono tutti insieme (è un bene secondo me) ma sono anche molto meno caratterizzati. E le band del 1994 sono in giro ancora quasi tutte. Longevità, e va bene, ma anche un certo immobilismo. I Chesterfield Kings da ventinove anni fanno musica vecchia di quaranta. Quello che piace a me. Il cantante con quelle canottierine luccicanti sembra un po' un'orecchia ma per stavolta si chiude un occhio (in realtà non me ne frega un cazzo ma mi piace il gioco di parole). Qui un loro video vecchio e che sembra antico. E qui la storia di quella canzone. Meglio l'originale? Per forza.

THE CHESTERFIELD KINGS
LEGEND 54 (Mi)
12 MARZO 2008
h. 22:00
ing. 15 € + tessera (non so quale, in sto posto non ci sono mai stato, è a mezzo chilometro da casa mia e non promette un cazzo bene)

Elfi vs. orchi (vincono gli orchi)

Mon, 10 Mar 2008 10:14:00 +0000





Vai per vedere i Black Dice (cioè, massacro) e ti ritrovi in apertura di concerto una fighetta islandese che suona folktronica coi piedi. Non è il solito eufemismo: questa davvero aziona i tasti del sequencer e dei vari effetti collegati alla voce e alla chitarra coi piedi. Nudi. Particolare che, unito a un aspetto da elfo sedicenne (ma si sa, gli elfi ne dimostrano sedici e ne hanno settemilaottocento), avrà fatto sussultare più di una mutanda. Vale anche l'eufemismo: suona coi piedi, in qualunque modo vogliate interpretarla questa affermazione è vera. Ha qualche buono spunto e una voce così flebile da non sembrare umana (aveva il cappuccio, non si capiva se le orecchie erano a punta), ma è davvero troppo inesperta per potersi presentare su un palco. Ho le mie idee maschiliste sul motivo recondito della sua presenza in tour con un gruppo di sadici del rumore, inutile che ve lo dica chiaro e tondo, potete arrivarci da soli. In ogni caso alla Fica (bevitrice di whisky, un più sul registro) si perdona tutto, quindi applausi scroscianti.

L'approccio dei Black Dice ai loro marchingegni è quello di un bambino di tre anni alle prese con l'album da colorare: se ne frega di rispettare i contorni e scarabocchia. Ma, con lo scorrere dei minuti, lo scarabocchio si trasforma in qualcosa di compiuto, pesantissimo e davvero cattivo. Carta vetrata che ti raschia la corteccia cerebrale. Hanno anche una parvenza di groove - industriale, lento, scandito - che fa ondeggiare qualche testa. Sono un'evoluzione anarchica del sound dei Pan Sonic. Non c'è soluzione di continuità, le "canzoni" finiscono quando i tre newyorkesi mollano le manopole per sorseggiare la birra, mentre il suono si avvita su sè stesso, in picchiata verso uno schianto inevitabile. Deglutito il liquido giallo, come aviatori alcolizzati riprendono le cloche ed evitano per un soffio lo stallo che prelude alla catastrofe. Ovviamente nessuna concessione al pubblico e niente bis, light show coloratissimo, qui un'altra dimostrazione visiva della loro crudeltà. Ora, se mi dicono che i Black Dice a New York si esibiscono nel giro delle gallerie d'arte trendy, ci credo, hanno l'autorità per farlo. Sono strani, potenti, visionari, fuori dagli schemi, hanno uno stile personale. Cosa ci facciano questi altri nel giro delle gallerie d'arte newyorkesi rimarrà per sempre un mistero.

Epilessia / droga / omicidio

Fri, 07 Mar 2008 10:00:00 +0000


Vi sfido a guardare per intero questo video. E' del genere sconsigliato agli epilettici, ma anche i meno impressionabili (soprattutto da metà in poi) potrebbero essere costretti a distogliere lo sguardo. Il video inquadra perfettamente la fuorezza dei Black Dice, band newyorkese che gode di un'incomprensibile notorietà. Ah già, i DFA li hanno remixati, quindi qualcuno si presenterà al concerto aspettandosi la cassa dritta. Non penso che la troverà. La cassa dritta sta ai Black Dice come la pista cifrata sta al Bartezzaghi. Comunque con "notorietà" intendo dire che al concerto ci saranno magari duecento persone invece di quindici. Le loro ondate rumoristiche mi fanno venire in mente la descrizione degli effetti di una droga immaginaria che Giorgio Scerbanenco ha inserito in un suo racconto. Cito anche se non ne sono degno:

"Il Bolder è uno dei meno nobili allucinogeni, anche i più avidi di droghe hanno timore dei suoi effetti brutali. Ma è appunto la violenza, l'immediatezza, la brutalità dei suoi effetti che attira molta gente".

Ad aggiungere ulteriori elementi di inquietudine alla performance di questo gruppo di bruciati, vi ricordo il motivo che causò l'annullamento istantaneo della loro data milanese del 2004. I Dadi Neri compaiono all'orizzonte e la gente si spara in mezzo alla strada.

BLACK DICE + KRÍA BREKKAN (la tipa dei Mùm ndr)
CIRCOLO MAGNOLIA (SEGRATE)
9 MARZO 2008
h. 22:30
ing. 10 € + tessera ARCI

First Album

Thu, 06 Mar 2008 13:30:00 +0000

Questo blog ha una passione per i dischi con le copertine gialle e/o marroni. Soprattutto se sono dei grandi dischi. Grandi dischi che puntano al mimetismo, alla dissimulazione. Credo che poche copertine siano più anonime di questa. I (gli? Mai capito) ZZ Top hanno sempre avuto una vena per le copertine brutte o tamarrissime - ma d'altronde sono texani, mica froci. Questa copertina, in particolare, potrebbe andare bene per una compilation di blues degli anni 20, quelle edizioni accademiche tipo Smithsonian Folkways, pettinatissime© ma non certo accattivanti esteticamente. E lontane musicalmente da un disco - blues, certo, anzi "certificato" - che non suscita semplice struggimento, ma ti butta a pedate nel culo fuori dal bar se lo guardi storto. E' abbastanza il finale di Bedroom Thang. Non inquietatevi se un cespuglio di tumbleweed attraverserà rotolando il vostro salotto. E quella strana bestia che fa capolino da dietro il lavandino non è uno scarafaggio molto grasso, ma un armadillo. Il primo album dei (degli? Mai capito) ZZ Top accelera il processo di desertificazione.

ZZ TOP
ZZ TOP'S FIRST ALBUM
LONDON PS 584 (1970)
VBR

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La serata si svolgerà stasera / 35

Wed, 05 Mar 2008 10:03:00 +0000

E' troppo tempo che i miei amici uffici stampa stupidi mancano da queste pagine. Non che siano migliorati, tutt'altro. Inoltre ho un archivio costruito pazientemente in anni di lavoro da cui attingere. Ecco cinque nuovi motivi di ilarità tratti dai comunicati stampa più beoti. Non ti è chiaro? Leggi qui!

· Ritorna anche questo Venerdì e per tutti i Venerdì del mese l'appuntamento Cloù dei nottamboli.

· Fatto bagordi? buon per voi, se state leggendo questa email, vuol dire che siete stati bravi e siete riusciti a farli con intelligenza, portando con voi un astemio addetto alla guida oppure siete stati solo fortunati...

· Hai mai pensato di poter suonare con la chitarra di Piero Pelù, indossare la coppola di Eros Ramazzotti o bere un aperitivo con Federica Panicucci?

· Conformemente a una preoccupazione che si riconosce costante nell'oeuvre di ***, il congegno compositivo predisposto nella prima versione di ***, nel ricondurre gli aspetti dissimulativi di un ponderato grado d'organizzazione strutturale al risultato fortuito di un automatismo puramente combinatorio, assumeva dunque in primo luogo l'identità di una preminente mimesi metalinguistica.

· Raggiungere il futuro guardando al passato; anche il claim lo recita, continuamente ed esasperatamente, in spot radiofonici, grafica e videoarte, prima il sabato che è ***, la discoteca, e poi il venerdì che è la nuova incognita da scoprire, il fuTuro, come se per raggiungere il nuovo, fosse necessario resettarsi, riprogrammarsi e guardare al passato...

Questa roba mi lascia esausto, non ce la faccio più a commentarla. Adesso mi ascolto il disco nuovo degli Ufomammut e mi ripiglio.

QUESTO è indie. QUESTO è emo.

Tue, 04 Mar 2008 09:55:00 +0000


La trasfigurazione del blues. Certo il concetto di blues degli Uzeda non è quello canonico delle dodici battute. Ne esumano il corpo, lo disossano. E ricompongono l'ossatura in modo asimmetrico, doloroso, sbagliato. Modificazioni corporee radicali che non permetterebbero il corretto funzionamento motorio, se non con la forza dei nervi, urlando e zoppicando. E ci sono un andamento scaleno, una chitarra che urla e una donna che urla. Quest'ultima nel video si sente poco ma ho dovuto operare una scelta: o mi metto sotto il palco e filmo quello che succede con l'audio che esce dai monitor (quindi chitarra a palla e voce bassissima) o mi metto più indietro, sento bene ma poi non posso farvi vedere TeleFuco. Nonostante il batterista non sappia cosa siano i quattro quarti (non esce un ritmo quadrato dai suoi tamburi), gli Uzeda sono quadrati dentro. Non sbagliano mai, sono millimetrici, esperti, affiatati, concitati. Disperati, al punto di stupirsi ancora come bambini davanti all'ovazione dei fans. E' proprio vero che l'umiltà è la virtù dei grandi. Qui altri video da questo grande concerto: uno, due, tre, quattro e cinque. Chiudo con una domanda: quanti gruppi italiani possono vantare le Peel Sessions nella propria discografia? Ve lo dico io. Uno.

Calo il tris d'assi

Mon, 03 Mar 2008 09:36:00 +0000




Due video su tre concerti visti giovedì scorso, manca quello di Stefano Pilia perchè ha suonato al buio ma ha comunque offerto una performance all'altezza delle altre due. Nei video sopra vi potete vedere i concerti interi. Tre showcase molto brevi ma meglio così, non c'è tempo per stufarsi e in galleria non c'è il bar, mi stava venendo al gola secca (ho ispezionato il cesso nella speranza del lavabo, ma niente - gabinetto minimalista con la tazza e basta). Stefano Pilia, dicevamo, è un chitarrista che fa parte (con Rocchetti) dei post-rockers 3/4HadBeenEliminated, un altro gruppo che ottiene più consensi all'estero che in Italia (pubblicano per la pettinata® Soleilmoon, che conoscerete senz'altro se vi piacciono Hafler Trio, Muslimgauze o Legendary Pink Dots). Niente post-rock nel suo concerto solista ma trame di chitarra ambient melodiche e molto effettate che mi ricordano uno Scott Tuma meno country (Tuma potevate scaricarlo da qui qualche mese fa, se non l'avete fatto cazzi vostri). La formula escogitata per i tre concertini (venti minuti di concerto-venti minuti di pausa) funziona, è fresca, tranne che per la mia gola, e raduna un pubblico ben più ampio di quello che mi aspettavo. Anche Claudio Rocchetti tralascia il post rock e si dedica a un set elettroacustico che col passare dei minuti sfocia nel rumore puro, lancinante come un treno che deraglia (potente, ma anche il concerto più convenzionale della serata, comunque ben venga). Belfi (batterista dei Rosolina Mar) cambia completamente genere ancora una volta. Batteria amplificata con un microfono volante, vari oggetti percussivi, spazzole, loop, registrazioni radiofoniche: psichedelia sporca e ancestrale, la mia registrazione difetta in qualità, ma vi assicuro che è davvero bravo, misurato ed evocativo. Tutta roba di lusso che nel cosiddetto festival di riferimento dell'underground italiano non finirà mai, perchè non fanno pop di merda (suonando al MiAmi si consegue il certificato di inutilità). Domani vi racconto di un altro gruppo spettacolare accomunato dallo stesso destino.

Catania-Chicago solo andata

Fri, 29 Feb 2008 09:51:00 +0000


Ecco il ritorno di un gruppo sempre poco cagato alle nostre latitudini ma che a Chicago è stato messo sotto contratto dalla Touch & Go, prodotto da Steve Albini, portato ad esempio di come si fa il noise rock. Un po' come è successo agli Ovo, anche loro mai cagati alle nostre latitudini: quando hanno bussato alla porta della Load sono stati messi sotto contratto subito (e sono in homepage a caratteri cubitali: Ovo on tour!). La fuga dei cervelli non riguarda solo chirurghi, economisti e ingegneri ma anche grassoni con la chitarra. Gli Uzeda sono troppo tesi e inquietanti, non fanno ballare, sono brutti, sovrappeso, malvestiti e terroni. Per di più terroni che (orrore!) non rientrano tra i luoghi comuni della Terronia: tarantelle, fatalismo meridionale, la valigia di cartone tenuta chiusa con la cinghia della tapparella, trentasei ore di treno pieno di emigranti analfabeti che puzzano, la damigiana dell'olio buono "del paese nostro", quell'aria di tradizione pesante come un marchio d'infamia. Gli Uzeda sono nati sotto un vulcano, ma invece di tremare di paura ogni volta che alzano lo sguardo verso il cratere (le vecchie nerovestite vorrebbero il segno della croce e l'accensione del cero), hanno imparato a eruttare. Occhio al lapillo.

UZEDA
GARAGE (SESTO S. GIOVANNI)
29 FEBBRAIO 2008
h. 22:30
ing. 12 € + tessera

P.S. Per i resoconti di ieri (bellissimo) aspettate lunedì. Per i resoconti di stasera aspettate martedì. Aspettate.

Festival della canzone italiana

Thu, 28 Feb 2008 10:20:00 +0000



Ieri ho scoperto che gli inetti Japanther hanno suonato presso il prestigioso Whitney Museum di New York. O sono io che non capisco o c'è qualcosa che non quadra. Sono sperimentali? Usano degli strumenti convenzionali in maniera non convenzionale? Perseguono uno stile particolare o poco noto? Hanno doti tecniche che li distinguano? La risposta alle quattro domande è sempre "no". E dire che scorrendo gli eventi musicali che si sono svolti al Whitney scopri che sono passati musicisti di tutto rispetto, o almeno un po' più ricercati: i Matmos, Hamid Drake, Foetus con l'orchestra. Poi capisci che la musica non c'entra nulla. Si trovano un sacco di foto dei Japanther più o meno "artistiche", in azione sono fotogenici (iconografia che incarna alla perfezione il rock'n'roll - le foto comunque non se le fanno da soli), fanno concerti in posti strani (in piscina???), a volte hanno dei costumi. Diciamo che puntano sull'estetica per non far notare che come musicisti fanno schifo al cazzo. Peccato che queste cose le facciano solo a casa loro, in tour non si portano gli orpelli e quindi sono semplicemente dei musicisti che fanno schifo al cazzo.

Stasera invece c'è questo evento interessante in una galleria d'arte, musicisti italiani che di orpelli non ne hanno e cercano di elevare il suono ad "arte", o almeno ci provano. Alle quattro domande di cui sopra ho almeno un paio di "sì" per ciascuno di loro.

Primo video: Andrea Belfi, percussioni e synth. Sembra indirizzato verso la psichedelia. Secondo video: Claudio Rocchetti, elettroacustica, ovvero microfonare degli oggetti e tirar fuori un po' di rumore cercando di organizzarlo in qualcosa di senso compiuto. Ho un suo disco e mi sembra abile. Roba che dal vivo dovrebbe acquistare maggiore peso. Manca il video ma c'è myspace: Stefano Pilia, chitarra solista probabilmente preparata ed effettata, ambient noise o simili. In più dovrebbe esserci della videoarte in tempo reale, forse c'è anche una mostra. Magari non è un gran che ma l'alternativa è Pippo Baudo. L'altro ieri facendo zapping mi sono impietrito sul Festival quando il Pippo ha presentato come cantante un caporale dell'esercito che ha scritto una canzone mentre era ferito in ospedale a Kabul - siamo all'elemosina. L'anno prossimo mi presento anch'io: so suonare il jingle del Mulino Bianco col pettine e ho un dente cariato.

ANDREA BELFI + STEFANO PILIA + CLAUDIO ROCCHETTI
O' ARTOTECA (MI)
28 FEBBRAIO 2008
h. 20:30
ing. libero

Scritte & cartelli / 18

Wed, 27 Feb 2008 10:26:00 +0000























Ehi, abbiamo a che fare con un poeta. Riporto la scritta per chi avesse difficoltà a leggere la grafia scomposta: "Noi siamo i capelli del mondo non al di sopra ma dentro". C'è una "c" sotto che mi fa presumere l'incompiutezza del sonetto. E' finito il muro, il vate avrebbe potuto proseguire sul marciapiede. Siamo sempre dalle parti della via di bolliti alla quale ho dedicato le due puntate più recenti (qui e qui). Ultim'ora: questa scritta è stata cancellata. La rubrica sta diventando archeologica. Bene.

Ma analizziamo l'opera poetica. Immagino che il "noi siamo i capelli del mondo" si riferisca a "noi" come esseri umani. A mio parere la metafora non regge. Gli alberi, i grattacieli, le grandi antenne sono i capelli del mondo. Gli uomini brulicano. Di tutte le cose che possono brulicare sul cuoio capelluto mi vengono in mente i pidocchi. Aerei ed elicotteri possono essere l'equivalente delle pulci. Insomma, c'è una testa grande come un pianeta infestata da parassiti. I parassiti vanno sterminati. Esiste una teoria pseudoscientifica (che non riesco a suffragare con dei link in quanto non ne ricordo l'autore) secondo la quale la Terra è un unico organismo vivente e l'uomo è un cancro che la sta distruggendo. Lungi da me proporre soluzioni hitleriane: anche il nostro intestino è pieno di parassiti simbiotici senza i quali avremmo parecchie difficoltà a cagare tutti i giorni (gli amici di Alessia Marcuzzi, la flora batterica che aiuta la tua naturale regolarità). La riduzione del 50% della popolazione mondiale (basterebbe fare un figlio solo!) sarebbe la soluzione di quasi tutti i problemi dell'umanità e di conseguenza anche del pianeta. Nel giro di trent'anni:

· Fine dell'effetto serra

· Fine del traffico

· Fine dell'inquinamento

· Lavoro per tutti

· Casa per tutti

· Dimezzati i rifiuti

· Più prati, boschi e natura

· Materie prime in abbondanza

Naturalmente i principali oppositori di questo punto di vista sono il Vaticano e i cattolici. Se l'uomo è il cancro della terra, il Vaticano è l'agente cancerogeno. Da proibire nei locali pubblici come le sigarette. Mi sa che anche l'ignoto poeta non la pensa come me (anche perchè non riesco a interpretare la seconda parte del criptico messaggio) ma i poeti non hanno mai contato un cazzo. E bestie del genere le sbatterei in galera. Dopo averle sterilizzate, s'intende. Viva i goldoni, viva la pillola, viva l'aborto.

Sono familia povera senza casa senza lavoro

Tue, 26 Feb 2008 10:15:00 +0000

Quando mai ho deciso di presentarmi al concerto di ieri sera (Leoncavallo - Japanther + Vortex Rex - ricordate?). Una vergogna. La cornetta del telefono che ho fotografato e che i Japanther usano crudelmente come microfono mi ha confidato in segreto: "ho fatto credere a mia madre di essere implicata in un giro di intercettazioni vip - ti prego salvami". Dice che se sua madre sapesse la verità, cioè che due impediti la usano per sputacchiarci dentro, finirebbe diseredata. I Japanther probabilmente sono stati cacciati dagli Stati Uniti col foglio di via, non c'è altro motivo per trovarli in Europa. Non sarebbero mai dovuti uscire dal loro quartiere, ma che dico, dal loro garage. Un concertino di venti minuti: la sagra dell'errore, della canzone lasciata a metà (è successo almeno quattro volte). Facessero musica difficile da suonare poi. In confronto i Ramones fanno speed metal sinfonico. Da quanto dedotto dai video che si trovano in giro e da myspace sembravano almeno violenti. Manco quello. E metà del loro impatto sonoro è dato da un walkman con una cassetta con le basi incise sopra. Hanno pure sbagliato a farla partire. E fanno una fatica immane ad andare a tempo con la registrazione. Mi devo scusare pubblicamente con i Lightning Bolt per aver citato il loro nome a sproposito. Facendo un rapido calcolo: massimo una quarantina di paganti, tre euro l'ingresso fanno centoventi euro. Diciamo che venti euro se li sono tenuti gli organizzatori, avanzano cento euro da dividere tra due gruppi. Se i Japanther imparassero l'adagio degli zingari (da titolo) e andassero a far finta di suonare in metropolitana, alzerebbero più grana suscitando pietà. Pure con qualche spesa viva in più (dovrebbero pagare un biglietto per la batteria, che di sicuro rientra nella casistica dei "colli a mano particolarmente ingombranti"). I Japanther sono un gruppo degno della Quaresima. Coraggio, che fra neanche un mese lo inchiodano. Vendetta. Meglio consolarsi con il rock infantile.

La patetica esibizione dei due è stata la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso, prima c'erano tre sfigatissimi austriaci da sopportare. I Vortex Rex almeno cercano di sopperire alla pochezza tecnica e compositiva con la strumentazione strana. Chitarra, moog (d'epoca, ingombrante da portare in giro, che non sanno suonare e che comunque usano per due canzoni su dieci - perchè?), un'altra tastierina scrausa, vibrafono e due tamburi (col batterista che va fuori tempo a fare tupatupatupa...). Sembrano vagamente gli Half Japanese. Dopo la lobotomia però. Certo che entrambi i gruppi hanno davvero un bel coraggio.

Ma la devo smettere di prendere per il culo la gente meno fortunata, non sta bene. Sto per uscire dalla cantina del Leoncavallo quando sento una voce che mi chiama.

"Ehi, ma tu non sei Barnaba?".

"No, non sono Barnaba [in dio non credo ma penso di dover ringraziare qualcuno ndr]".

"Eh no perchè voglio parlare con qualcuno che sia andato a vedere i Polysics perchè io non sono potuto andare e volevo sapere come sono stati".

"Non sono andato a vedere i Polysics [e a quanto ne so, nemmeno Barnaba ndr]".

"Ti è piaciuto il concerto di stasera?".

"No [minchia, zero su tre al tiro, una percentuale di tutto rispetto ndr]".

"Ma dai, non erano male, e poi è lunedì sera, cosa pretendi".

Eh gi[...]

Latra il telefono

Mon, 25 Feb 2008 10:22:00 +0000


Stasera comincia il Festival di Sanremo e mi sembra il caso di andare a vedere un concerto più melodico e positivo del solito. I Japanther, da Brooklyn (duo a base di batteria incompleta, basso distorto, tape loops e cornette del telefono), sembrano la versione educata dei Lightning Bolt. Dietro la muraglia rumoristica non ci sono solo odio e depressione. Mi ricordano, come attitudine, come sfiga, una band ignota che compare di sfuggita nel miglior film sui serial killer che abbia mai visto. Va detto che suoneranno in un posto (la cantina incrostata del Leoncavallo) ottenebrato da una cappa di sconfitta e pessimismo che trasformerebbe anche il Ballo del Qua Qua in un brano dalle venature nichiliste, quindi immaginate un gruppo che già suona a bassa fedeltà ulteriormente sporcato dal distorsore automatico del Dauntaun (secondo me hanno fatto installare dei pedali Metasonix Scrotum Smasher insieme all'impianto elettrico). Figuratevi poi l'ambientino che può radunare un posto del genere nella joie de vivre del lunedì sera milanese: quattro disadattati che quando chiamano il Telefono Amico trovano sempre occupato. E allora, tutti a vedere i Japanther che usano le cornette del telefono per urlarci dentro. Il gruppo di supporto sembra una roba poppettina tedesca gentile e col video in stile gioco elettronico d'epoca che fa tanto carino e romantico (però compaiono delle croci rovesciate), si sono fatti fare anche degli algidi remix elettronici. Ma tanto ci penserà il rombo naturale del posto a trasformarli in una tribute band di Teenage Jesus & The Jerks.

JAPANTHER + VORTEX REX
DAUNTAUN @ LEONCAVALLO (MI)
25 FEBBRAIO 2008
h. 23:00
ing. a sottoscrizione

Exotica

Fri, 22 Feb 2008 10:38:00 +0000

Forse l'unico disco che ha dato il nome a un intero genere. Un'invenzione degli anni 50. Proprio un'invenzione, anche se può sembrare musica tradizionale di una qualche isola incantata del Pacifico: in realtà è un abile crossover di stili. Percussioni latine, melodie orientali, versi di animali, jazz da sala d'aspetto. Roba fatta da uno che ha abitato alle Hawaii per più di cinquant'anni. E non è musica banale, o dalle atmosfere esageratemente melense. A tratti è come se Tom Waits (ascoltate i ritmi traballanti) avesse scritto la colonna sonora per un film con Alberto Sordi. Qui tutto quello che c'è da sapere su Martin Denny. E qui qualche notizia anche su Sandy Warner. Rassegnatevi alla repubblica delle banane e ascoltate della musica appropriata.

MARTIN DENNY
EXOTICA
LIBERTY LRP3034 (1956)
192 kbps

tracklist here
link and password in the comments

Piccoli fans

Thu, 21 Feb 2008 13:43:00 +0000


C'è qualcosa che non va nella stazza dei musicisti. Il batterista è grosso, vecchio e ciccione (forse vi ricordate quello che ho scritto qui: è Russell Simins della Blues Explosion) ma quelli davanti hanno 24 anni in due. E suonano stasera alla Casa 139 (non ci vado perchè non mi piace il genere e ho altro da fare, ma l'evento è di quelli trash pesanti). E c'è pure Latitia Sadier degli Stereolab col suo progetto parallelo Monade - piacevoli melodie da tramonto in Costa Azzurra ma dal vivo non ha mai imparato a suonare decentemente. Le star della serata comunque sono loro, i Tiny Masters Of Today (qui altre informazioni). Per quanto legnosi tecnicamente e banali stilisticamente, sono dei piccoli professionisti in grado di affrontare palchi, pubblico e tour faticosi: nel nostro fottuto paese invece i bambini che cantano o suonano sono visti alla stregua di scimpanzè, ammaestrati da ritardati mentali che si fregiano del titolo di "genitori". Chi si ricorda questa vergogna che viola apertamente i diritti dell'uomo? Notate le facce terrorizzate dei piccoli obbligati a esporsi alla gogna mediatica. Sembra la sala d'aspetto del dentista.

Ma i Tiny Masters Of Today non sono soli. Su Youtube è tutto un fiorire di rocker in erba. Ecco qualche esempio tra i più eclatanti.

· I Blisters hanno suonato al Lollapalooza dello scorso anno, va detto che partono avvantaggiati perchè il batterista (che suona dall'età di due anni!) è il figlio di Jeff Tweedy dei Wilco. Qui un breve documentario su di loro.

· The Stolen: maglietta degli AC/DC e canzone dei Kiss. Sanno già come si fa.

· Il bassista è più basso del basso, il cantante è uno spettacolo. Si chiamano GRAK.

· The Black Year sono australiani e hanno già il piglio di quelli che entro due anni traslocheranno presso il più vicino pub.

· "Mio fratello grande è un ricchione col ciuffo, ci penso io a salvare il mondo dai nazisti". Signori, i Flaming Monkeys, from UK. Video splendido, canzone potente.

· Care Bears On Fire, da New York City: c'è gente col triplo dei loro anni che sbaglia i tre accordi. Premio speciale della giuria per la maglietta dei Naked Raygun.

· Pure i Black & White sono inglesi e pestano come dei fabbri.

· I tedeschi sono tedeschi fin da piccoli: "Mamma, portami a Wacken". Agli Oakmoor piacciono di brutto gli AC/DC.

· Abbiamo anche i piccoli negri. Qualcuno i Kriss Kross se li ricorderà anche. Per me "<[...]

You'll never walk alone

Wed, 20 Feb 2008 10:10:00 +0000


Gli Earth radunano un nutrito pubblico. Sì, anche nel senso di "ben pasciuto" - basta la prestigiosa presenza della redazione di Solo Macello per alzare la percentuale di massa grassa degli astanti. Sir Richard Bishop spagnoleggia alla chitarra senza emozionare per sei ore - o almeno così mi è sembrato (diciamo che è stato una palla, via) quindi ci si trastulla fra birre e progetti di conquista militare del Vaticano. Gli Earth invece mantengono le promesse, ronzano come si deve e io sono in adorazione per il suono meraviglioso del loro piano elettrico. La batterista si muove con la sollecitudine del bradipo, non credo sia facile tenere dei tempi così lenti con la necessaria precisione. Nel video stavolta sono riuscito a beccare il momento topico: l'unico in cui hanno tirato fuori il trombone. Tra l'altro questa canzone è una bonus track che compare solo sulla versione in vinile del loro disco nuovo, quindi c'è della pettineria©. Credo anche di poter meglio congetturare sull'assenza dalle scene di Dylan Carlson (quello con berrettino, baffazzi e chitarra) fra il 1996 e il 2005: quei tatuaggi lì dicono "galera". Il titolo di questo post ha senso solo se prima dei concerti trepidavate davanti al megaschermo.

Guardare il muschio crescere

Tue, 19 Feb 2008 12:02:00 +0000


Quando un gruppo suona musica così lenta ed estatica deve mettere in conto che anche la diffusione di tale musica proceda con la stessa lentezza. La lentezza inarrestabile della natura. Gli Earth esistono dal 1990 ma nello scorso decennio se li cagavano solo pochi intimi, tant'è vero che nel 1996 smettono e vanno in letargo fino al 2005. Un gruppo dello stesso paese dei Nirvana che non suonava grunge, figuratevi che impatto poteva avere in un mondo abituato a ragionare per compartimenti stagni. Nel nuovo millennio invece è emerso il cosiddetto drone doom. L'unico genere che a mio parere valga la pena seguire oggi, l'unico sound che sembra "indicativo di un'epoca" (ho sentito di sfuggita la parola "Radiohead" - bè, ne riparleremo nel 2025, se qualcuno ancora li ricorderà). Arrivano i Sunn O))), altri musicisti malati che non farebbero i tour mondiali se non avessero indovinato la pastura per prendere all'amo i metallari: pitturarsi la faccia e fare le corna (senza questi vezzi comportamentali ai metallari farebbero schifo). I Sunn O))) dicono che gli Earth sono la loro principale fonte di ispirazione. Basta questo perchè i nostri escano dal più scardinato dei trailer park dove sicuramente avranno passato gli ultimi dieci anni (non bisogna ragionare in questo modo - magari facevano i broker a Wall Street, ma l'immaginario del musicista fallito mi piace) e si rimettano a fare dischi e concerti. Il fatto è che oggi gli Earth non fanno drone doom. Sono più - uhm - "atmosferici". Termine che non vuol dire un cazzo, perchè il ronzio dei loro strumenti sfonda i barometri e se tirano fuori il trombone (non quello che si fuma) saranno cazzi per i vostri timpani. Pressurizzano l'ambiente e favoriscono una rapida crescita di muschi e licheni. Occhio al supporter, chitarrista folk fulmineo che suonava con i Sun City Girls finchè non si sono sciolti causa decesso del batterista. Un altro che di sfiga se ne intende, se gli Earth hanno dovuto aspettare quindici anni per un minimo riconoscimento del loro lavoro questo è in giro da ventisei guadagnandoci poco o un cazzo, con circa sessanta (!) album usciti a nome Sun City Girls e quattordici a nome Sir Richard Bishop. Abnegazione.

EARTH + SIR RICHARD BISHOP
CIRCOLO MAGNOLIA (SEGRATE)
19 FEBBRAIO 2008
h. 22:00
ing. 10 € con tessera ARCI

Le regine delle nevi

Mon, 18 Feb 2008 09:24:00 +0000


Prendiamo una bilancia. Su un piatto mettiamo un metallaro ciccione. Sull'altro le Nisennenmondai. Per pareggiare i due piatti non basta il peso delle tre rachitiche figlie del Sol Levante, aggiungete come zavorra un fusto di birra. Ecco che lentamente la bilancia raggiungerà la posizione di equilibrio, ma cosa succede? Il metallaro ciccione in men che non si dica acchiappa il fusto, lo stappa e se lo scola, ricreando il disequilibrio iniziale. Già le giapponesi cominciano a pigolare come una nidiata di passerotti che si accapigliano per il vermiciattolo che la madre porge loro amorevolmente. Bisogna aggiungere un altro fusto di birra. Ma il metallaro, che è senza fondo e ha sempre sete, si scola anche quello. E così via. Acne di Zanzara ha inventato la macchina del moto perpetuo.

La prima cosa che colpisce del concerto delle Nisennenmondai è proprio la struttura fisica delle tre. La bassista, in particolare, è esile come un origami. Le è andata bene, nessuno degli spettatori della prima fila aveva la tosse, o si sarebbe fracassata contro la parete di fondo. Sono, probabilmente, le tre persone più riservate che abbia mai visto, rasentano quasi l'antipatia (quando si fanno pregare per un bis dopo neanche mezz'ora di concerto), ma è la tradizionale ritrosia della geisha al cospetto della spavalderia del samurai: mutismo e occhi bassi, le mani a ripetere movimenti rituali studiati per anni, che nel loro caso non sono quelli di una millenaria cerimonia del tè, ma quelli della cerimonia del krautrock. Un krautrock prigioniero del gelo dell'incomunicabilità, come quello dei Cluster, o degli Harmonia (sono praticamente identiche a questi ultimi), che parte sempre da un riff di chitarra mandato in loop e cresce con lentezza estenuante fino a una potente rullata liberatoria, orgasmica, che lascia ansimanti. Fanno quattro pezzi (dieci minuti l'uno) e sono tutti così. Secondo me suonano col tassametro, un tot a canzone. Però quanto sono brave, precise, quadrate. Intagliate nel ghiaccio.

Naturalmente, in vendita al banchetto, un cd che nella loro discografia ufficiale non compare, a ribadire l'odierna marginalità della musica registrata. Se lo comprate, d'estate potrete fare a meno dell'aria condizionata. Il camino scoppiettante che troneggia nella saletta del Torchiera scaldava come si deve, ma poi hanno suonato loro.